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Storia del self storage, parte 2: come si è diffuso dagli Stati Uniti all'Italia

Di Manfredi Miraula. Ultimo aggiornamento: .

Nel 1972, lungo una strada trafficata della California, apriva un centro di deposito con una caratteristica difficile da ignorare: una fila di porte arancioni, ben visibili anche a chi passava in automobile.

Era il primo centro di Public Storage, una delle aziende che avrebbe contribuito a trasformare il self storage in un servizio conosciuto e utilizzato da milioni di persone.

Nella prima parte della nostra storia abbiamo raccontato come si è passati dagli antichi magazzini romani ai primi box americani, comparsi tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta.

La novità era semplice: invece di affidare i propri beni a un custode, il cliente poteva affittare uno spazio riservato e accedervi autonomamente.

Da quei primi depositi, nati anche per conservare attrezzature di lavoro, il self storage avrebbe iniziato un lungo viaggio. Prima attraverso gli Stati Uniti, poi in Europa e infine in Italia, dove il servizio sarebbe arrivato soltanto molti anni dopo.

Nel frattempo sarebbero cambiati gli edifici, le modalità di accesso e il modo stesso di cercare e affittare un box.

California, 1972: le porte arancioni che resero riconoscibile il self storage

Kenneth Volk, un imprenditore immobiliare americano, aveva notato a Houston l'interesse per dei piccoli box di self storage, con persone sempre in lista d'attesa.

Era un segnale interessante: c'erano clienti disposti a pagare per avere uno spazio dove conservare le proprie cose, mantenendo la possibilità di recuperarle autonomamente.

Volk decise di sviluppare quell'idea insieme a B. Wayne Hughes e nel 1972 aprirono il primo centro Public Storage a El Cajon, in California, vicino a una strada molto trafficata.

Il primo cliente fu un distributore di olio motore che aveva bisogno di un luogo dove conservare le proprie scorte. Un utilizzo professionale, quindi, non molto diverso da quello di un piccolo commerciante che oggi cerca un deposito per la propria merce.

Le porte arancioni del centro erano un segnale chiaro, visibile dalla strada, e anche il nome scelto, Public Storage, comunicava con semplicità il servizio offerto. L'impresa decollò e nel 1974 l'azienda gestiva già venti centri.

I centri iniziarono a trasformarsi. Accanto alle semplici file di box comparvero edifici più articolati, strutture su più piani, corridoi interni e ambienti con caratteristiche differenti. Il business, partito senza uno scopo preciso, attirò presto l'attenzione delle società immobiliari, che cominciarono a interessarsi al settore.

Per chi affittava un box, però, il vantaggio principale restava quello delle origini: avere uno spazio riservato dove conservare i propri oggetti e poterli recuperare senza dipendere da un servizio di custodia e riconsegna.

Un'idea che avrebbe iniziato a diffondersi anche dall'altra parte dell'Atlantico.

Il self storage arriva in Europa: si parte dal Regno Unito

Secondo FEDESSA, la federazione europea del settore, il self storage arrivò in Europa nei primi anni Ottanta, atterrando prima nel Regno Unito.

All'inizio la crescita fu lenta.

Il servizio era poco conosciuto e chi aveva bisogno di conservare mobili durante un trasloco si rivolgeva soprattutto alle imprese specializzate nella custodia degli arredi.

Bisognava ancora far comprendere una differenza fondamentale: nel self storage non si affidavano semplicemente le proprie cose a un'impresa, ma si affittava uno spazio da utilizzare in autonomia.

Secondo un articolo del 2002 della rivista Inside Self-Storage, dopo la lenta fase iniziale nel Regno Unito erano presenti circa quattrocento centri, mentre nell'intera Europa se ne contavano all'incirca settecentocinquanta.

Nel 1995 Shurgard apre il suo primo centro europeo a Bruxelles, in Belgio, contribuendo allo sviluppo del settore in altri Paesi.

Il self storage trova inizialmente spazio nelle aree urbane, specialmente in quelle città dove non è presente spazio abitativo accessorio come cantine, soffitte e locali di deposito condominiali.

La diffusione continuò, anche se con ritmi differenti da un Paese all'altro. Nel loro rapporto di settore del 2025 sul mercato europeo, FEDESSA e CBRE confermano la crescita del settore in numerosi Paesi dell'Unione.

Quando è arrivato il self storage in Italia?

Il viaggio del self storage dagli USA all'Italia: 1972, primo centro Public Storage a El Cajon; 1974, venti centri; primi anni Ottanta, arrivo in Europa; 1995, primo centro Shurgard a Bruxelles; tra fine anni Novanta e primi Duemila, le prime attività in Italia.

In Italia si deve aspettare la fine degli anni Novanta e l'inizio dei Duemila per vedere i primi segnali di interesse verso questo settore.

Tra gli operatori che per primi hanno dato il via al mercato italiano vengono ricordati Easybox e Casaforte. Easybox, ad esempio, indica il 2001 come anno di fondazione.

La difficoltà iniziale dei primi operatori era spiegare come funzionasse il servizio e quali vantaggi offrisse rispetto alle soluzioni a cui gli italiani erano abituati.

Secondo un articolo del 2018 dell'associazione italiana AISI, dopo una fase di crescita nei primi anni Duemila il settore subì un rallentamento dovuto alla crisi economica del 2008. Successivamente il mercato riprese a crescere, soprattutto nelle grandi città, dove lo spazio abitativo continuava a ridursi e a diventare sempre più caro.

Anche oggi la presenza dei centri non è uniforme sul territorio nazionale. In alcune zone la scelta è più ampia, mentre in altre trovare un self storage facilmente raggiungibile può essere più complicato.

Per chi deve trovare uno spazio di self storage, questo significa che la ricerca del deposito deve tenere conto non soltanto della vicinanza, ma anche delle caratteristiche e delle condizioni offerte dalle strutture disponibili.

Mentre il self storage si diffondeva in Italia, un altro cambiamento stava trasformando il settore: la tecnologia.

Dalla chiave allo smartphone: come è cambiato l'accesso ai box

Dalla chiave allo smartphone: tre modalità di accesso ai box, con chiave tradizionale, codice elettronico e app sullo smartphone.

Nei primi centri americani il funzionamento era essenziale: una porta, un lucchetto e una chiave. Chi affittava il box custodiva la propria chiave e poteva recuperare gli oggetti secondo le regole della struttura.

Con lo sviluppo del settore arrivarono i primi sistemi elettronici di controllo degli ingressi, e le chiavi lasciarono il posto a tastierini e smartphone. Anche la gestione dei clienti e delle prenotazioni si è evoluta, diventando digitale.

Secondo il rapporto FEDESSA e CBRE del 2025, una parte degli operatori permette di completare online diverse operazioni legate all'affitto. Le modalità e la tecnologia utilizzate variano da centro a centro.

Per chi cerca un self storage oggi, conta soprattutto sapere quando e come potrà entrare nel proprio box. Prima di affittare uno spazio è quindi utile verificare le modalità di ingresso, gli orari consentiti e le eventuali limitazioni previste dal centro.

Dalle prime porte avvolgibili americane alle serrature elettroniche, il principio del self storage è rimasto sostanzialmente lo stesso: uno spazio riservato, gestito direttamente da chi lo affitta.

Oggi, come negli anni Sessanta, chi affronta un trasloco o una ristrutturazione può avere bisogno di conservare temporaneamente mobili e scatoloni. Chi cambia casa potrebbe non sapere ancora dove sistemare alcuni oggetti, mentre una piccola attività può cercare un luogo dove custodire materiali e attrezzature.

Le possibilità sono diventate più numerose, ma scegliere quella adatta richiede ancora di capire le proprie esigenze e confrontare le condizioni disponibili.

**Nella terza e ultima parte della nostra storia, Affitto box oggi: perché si usa il self storage e quando può essere utile, torneremo proprio a queste situazioni quotidiane.**

Scopriremo perché le persone scelgono un deposito, quali differenze esistono tra self storage, garage e deposito mobili dei traslocatori e quali aspetti considerare prima di affittare un box.

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